San Mamiliano, la compagnia del SS. Sacramento di Capoliveri e i camaldolesi

Nell’articolo San Mamiliano di Capoliveri nell’Isola d’Elba e le sue terre sul Monte Calamita, a Lacona e a Longone (sec. XVIII) del novembre 2022 ricordavo come nel 1781 l’abate di San Michele in Borgo di Pisa, dom Zanobi Cateni, e il capitolo dei monaci camaldolesi proprietari avessero venduto la chiesa e le terre elbane ai fratelli sacerdoti Antonio e Simone Capocchi. Poiché erano stati compilati degli elenchi di beni terrieri, ne avevo fatto lo spoglio ottenendo un buon numero di nomi di luoghi e di persona riferiti al piccolo monastero e ai suoi affitti, livelli, confini eccetera.

Andando ora un poco indietro nel tempo, tra gli anni cinquanta e sessanta del settecento, si trovano altri documenti a parer mio interessanti su San Mamiliano, ovvero un carteggio tra San Michele in Borgo e la confraternita del SS. Sacramento di Capoliveri.
Va premesso che il 23 febbraio 1753 l’abate e i monaci di San Michele – legalmente rappresentati dal 23 dicembre 1751 – avessero dato mandato al procuratore sacerdote Agostino Corsetti “a poter in nome nostro transigere tutte l’azzioni, ragioni, et altro, che abbiamo, godiamo, e possediamo sopra la piccola chiesa di San Mamiliano di Capoliveri nell’Isola d’Elba, colla confraternita del SS. Sagramento della terra di Capoliveri, ad oggetto che i confratelli della medesima possino in essa, perpetuamente formarvi il loro oratorio ...”.
Tale concessione era a “uso perpetuo”; i confratelli potevano fare e disfare quello che volevano e i monaci dovevano rilasciare gratis le supellettili sacre; però non si doveva levare alla chiesa il titolo di San Mamiliano – così alcune condizioni dei camaldolesi.
Si faceva riferimento poi a istanze e suppliche dei confratelli in data 28 settembre 1731 (sic), al consenso del generale dei camaldolesi del 13 novembre 1751, al parere del pievano di Capoliveri e al decreto del monsignor vicario della diocesi Massa-Populonia del 20 novembre 1752 – il cui vescovo era Eusebio Ciani, già camaldolese.
Pertanto tutto era giuridicamente a posto. Così don Agostino Corsetti dette titolo di transazione e di stipulazione del contratto al tenente Piero Beni e Lorenzo Gelsi priori della confraternita i quali fecero scrivere la carta a “Caput Ilve” (Capoliveri in latino) in casa di Gregorio Rubini, che con Giovanni Rubini ne fu testimone. Rogò Francesco Costa notaio di Piombino.
Su commissione sempre dei due priori, il primo febbraio 1753 il maestro Marco Antonio Allori fece la stima di “tutto il vaso della chiesa di San Mamiliano situata in questa terra luogo detto sulla Serra dentro i suoi noti confini” e – scrisse in prima persona – “la trovo canne di muraglie cinquanta. E più canne ventuna di tetto, e quindici di pavimento. La muraglia la valuto pezze due la canna pezze 100. Il tetto parimente pezze due la canna pezze 42. Il pavimento la canna pezze una pezze 15. Fra porte, finestre e vetrate la valuto pezze dodici pezze 12. E più la campana pezze due pezze 2”.
In tutto erano pezze 171 di stima.
“E per mia mercede pezze una” – concluse l’Allori.
[N.B. Capoliveri allora era sotto il dominio dei Borboni di Napoli, la canna napoletana era circa m. 2,11 e la pezza era una moneta sempre napoletana di valore di 12 carlini e considerata di pregio].

Nel contratto seguiva l’inventario delle suppellettili e “robe mobili”, ricopiato dall’originale il 18 luglio 1753. Elencava:
“Un calice con sua patena d’ottone dorato, a riserva della coppa di detto calice, che è d’argento dorato.
Una pianeta di filaticcio di più colori, usata con sua stola, manipolo, sopraccalice e borse dell’istesso.
Altra pianeta di lana di tutti i colori usata con sua stola, manipolo, sopraccalice e borsa dell’istesso parimente usata.
Altra pianeta di seta di diversi colori usata con sua stola, e manipolo dell’istessa.
Altra pianeta di filaticcio bianco con stola, e manipolo, parimente usata, ed in parte lacera.
Altra pianeta di damasco rosso con stola, e manipolo dell’istesso, affatto lacera.
Altra pianeta nera usata di (+++) con stola, e manipolo dell’istesso, ed il sopraccalice, e borsa.
Altra pianeta nera di filaticcio con stola, e manipolo dell’istesso affatto lacera.
Un paliotto di damasco bianco usato.
Altro paliotto di seta di più colori similmente usato.
Altro paliotto di seta, e filaticcio rosso.
Un camice di tela di Fuligno con suo amitto, e cordone usato.
Altro camice di tela di Genova con suo amitto di tela Fuligno usato.
Altro camice di lenzetta fruzzo.
Due tovaglie d’altare usate.
Un reliquiario di legno dorato usato.
Sei candelieri di legno inargentati con croce di puro legno con suo crocifisso d’ottone, e due altri candelieri di puro legno usati.
Quattro vasi di legno, con quattro rame di fiori usati.
Un quadro d’altare con pittura assai ordinaria coll’effigie della SS. Vergine del Carmine, di San Mamiliano, e di Sant’Andrea apostolo.
Un leggio di noce per l’altare da porvi il messale alle messe.
Quattro corporali usati, e sei palle parimente usate.
Due pezzoline per l’ampolle, e dodici purificatoi usati.
Due gradini d’altare, uno di filaticcio usato, e l’altro di lana parimente usato, ed in parte lacero.
Un cassone di castagno con suo tiratoio di sopra, e due sportelli di sotto con sua toppa, e chiave.
Una cassa antica di castagnio di braccia tre di larghezza, fatta a uso di sedile.
Un inginocchiatoio d’albero con sua tavoletta sopra per la preparazione alla messa, usata. Un cappellinaio con cinque attaccatoi.
Un messale vecchio, ed alquanto strappato.
Una vetrata alla finestra del coro, ed altra all’occhio della facciata avanti della chiesa con sua rete di ferro a detto occhio solamente.
Una campanella rotta di bronzo di once dodici incirca, e un campanello per uso della messa con un paro d’ampolline.
Un crocifisso di gesso esistente sopra il costone del coro per la reverenza da farsi da’ sacerdoti nel partire e ritornare da dir la messa.
Un messaletto per le messe de’ morti usato”.

Una decina d’anni dopo, il 12 dicembre 1763, – siamo al carteggio –, per una ragione economica (non se ne vedono altre), i confratelli del SS. Sacramento tramite Francesco Modesti scrissero una lunga supplica all’abate di San Michele in Borgo.
Affermavano che l’arciconfraternita “si ritrova in grande agitazione” perché 10 anni prima dagli ufficiali maggiori fu preso per oratorio” a livello “la venerabil chiesa di San Mamiliano d’attinenza de’ molto reverendi suoi monaci, senza la minima saputa della medesima confraternita, né di contratto, né di condizioni verune”.
Da circa sei anni era stato trasferito “risolutamente” l’uffizio solito celebrarsi nella chiesa arcipretale, “udendosi soltanto dire dal volgo, che detta chiesa di San Mamiliano era stata presa dalla moderna confraternita per suo oratorio”. E benché la cosa dispiacesse, nessuno aveva mai osato trattarne credendo che il tutto fosse stato fatto “canonicamente e con legittimo consiglio delli altri fratelli”.
Ma sapendo ora che tutto questo era stato fatto “secretamente, e di proprio capriccio”, i confratelli “si dolgono gravemente d’esser stati ingannati assieme coi reverendi monaci ... e massime per le tante spese, delle quali essa confraternita si ritrova così inconsapevolmente gravata, sì di canone, che di messe cantate, di supellettili, di consunsione, di cera e quel che più importa, di risarcimento della stessa chiesa giacché, presentemente ha bisogno di restaurazione totale ...”.
Francesco Modesti sperava quindi nell’abate e nella “non bastantemente lodata sua bontà” ...

Alla lettera, però, l’abate dom Silvano Grifi il 22 dicembre rispose:
“Resto maravigliato, che i confratelli delle venerabil compagnia del SS. Sacramento voglino adesso stornare le convenzioni già fissate dieci anni fa per pubblico contratto, e con tante solennità. Io ho trovati i documenti di tal transazione, ed osservo, che non fu fatta da’ soli ufiziali segretamente, ed a loro capriccio, ma dal corpo de’ fratelli, come chiaramente costa e dal decreto di monsignore vescovo di Massa e dal contratto medesimo”. E aggiungeva per tutelare l’onorabilità di San Michele:
I confratelli “sperimentino pure che il monastero risponderà, essendo io obbligato a sostenere i diritti del medesimo, e le canoniche operazioni de’ miei antecessori ...”.

Paola Ircani Menichini, 25 aprile 2024. Tutti i diritti riservati.




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