Suore e botteghe nel 1427
a San Domenico di Pisa


Il 1427 è la data di compilazione di un elenco di suore, converse, commesse e commessi – quasi una sessantina di persone in tutto –, del monastero di San Domenico “della charraia di Santo Egidio” di Pisa.
Era a quel tempo ancora vivo il ricordo della sua istituzione compiuta negli anni 80 del trecento da Piero Gambacorti per la figlia Chiara († 1420) e per le consorelle di Santa Croce di Fossabanda. Indirettamente vi aveva avuto parte Caterina da Siena, terziaria domenicana, invitata a Pisa nel 1375 a nome di alcune “sante donne” della città.
Le prime suore erano state Filippa di messer Albizi da Vico, Andrea (nome maschile e femminile) dei Porcellini, la citata beata Chiara Gambacorti, la beata Maria Mancini, Agnese Buonconti e Giovanna del Ferro.
Anche le suore del 1427, definite nell’elenco assieme ai componenti della famiglia religiosa “bocche” (con toscano realismo) erano in parte figlie di ragguardevoli cittadini, alcuni distinti dal “messere”, dimoranti a Pisa o fuori come i Doria di Genova. Ne era la priora la beata Maria (Caterina) Mancini († 1430 o 1431), già compagna della beata Chiara e ormai anziana.

L’elenco è questo *:
Maria priora [Mancini, III priora]
Cecilia di Lorenzo Ciampolini vicaria [V priora]
Isabetta di messer Paolo soppriora [Doria]
Angela di Iacopo da Settimo
Agnese da Lucca
Filippa di messer Stefano [Doria, IV priora]
Benedetta di Piero Masini
Lucia di Nuccio da Bolsena
Maddalena di messer Ambrogio [Guisolfi]
Orsola di Matteo cimatore
Clemenza d’Amichetto [da Pino di Genova]
Gabriella di Senna Doria [di Zene Doria]
Paola di Giovanni da Cascina [accatta nel 1431 per la costruzione del portico]
Cristina di Bartolomeo [mel 1426 Cristofana di Bartolomeo Micheli da Lucca, VI priora]
Raffaella di Gherardo Burlamacchi
Giovanna di Benenato Cinquini [VII priora]
Margherita di Iacopo Maroncelli
Caterina di Giovanni Ciampolini [VIII priora]
Marietta di Niccolaio di Neri [da Lucca]
Francesca di Benedetto d’Arezzo
Bartolomea di messer Guaspare [da Città di Castello, IX priora]
Agostina di Giovanni Ciampolini
Domenica di Giovanni Alfonsi da “Sobilia” [nel 1426 Agostina, da Siviglia]
Agata di Celestino Doria
Apollonia d’Antonio di Arezzo
Tommasa di messer Francesco [Lecca]
Felicia di Colsi Doria [o di Celsi Doria]
Beatrice di messer Bartolomeo [de Ambaco]
Masa di Giuliano dei Gambacorti [nel 1426 Agata]
Piera di ser Nocco da Lavaiano
Lorenza di messer Andrea Grimaldi [nel 1426 Adriano invece di Andrea]
Andreoccia di Bernardo astaio [nel 1426 Antonia di Bernardo Ascani]
Agnoletta di maestro Rigo Urgetti [nel 1426 Angelica di maestro Arrigo Vegetti]
Iacopa di Dino dal Poggio
Giovanna di Niccolaio da Cascina [nel 1426 Girolama]
Chiara di Mariano del Lapo da Fucecchio.

Le converse (distinte dal “domina” e senza patronimico) erano:
Ufragia – Marta – Vettoria – Consolata – Lena – Scolastica.

Le commesse (laiche che si affidavano sé e i loro beni al monastero) invece erano:
Antonia di messer “Binigiardo” [=Biligiardo] del Rosso
Checca di messer Gentile dei Gualandi
Antonia di maestro Piero medico
Bonuccia
Tora d’Andrea del Savio
Ginevra di Giovanni Gherardini
Girolama di Giovanni Gherardini
Teccia di Giovanni Cecchi
Cara di Giovanni da Palaia
Gherarda di Rinieri Calchini

Infine i commessi uomini (utili anche per incombenze fuori dal monastero):
Ranieri di Giovanni
Antonio di Cione da Palaia
Paolo da Norcia
Antonio di Stefano da “Cieuli”
Antonio da Siena.

Nel 1427 si ricordano anche i beni di San Domenico, e per primi i pregiati immobili di città: case, fondachi e botteghe affittate dietro il pagamento di un canone che (ci sembra) di elevato importo.
La prima bottega “overo loggia” citata si trovava nella cappella di S. Sebastiano (ai banchi) e rendeva di pigione 18 fiorini l’anno.
In parrocchia c’erano anche una bottega affittata a ser Giuliano notaio da San Giusto per 2 fiorini e una bottega-fondaco concessa a Gottifredi di Giovanni sarto per 10 fiorini.
Nelle altre cappelle di città si trovavano:
A S. Martino: una casa (non condotta e quindi senza rendita);
a S. Egidio: una casa con due palchi affittata a Cambio Pitti fiorentino per 7 fiorini e una casa con palco, chiostro, pozzo e orto tenuta dal monastero per i suoi bisogni;
a S. Eufrasia: una casa con chiostro e pergola (non condotta);
a S. Maria Maddalena: una casa con due palchi, chiostro, ballatoio e pozzo condotta da Monte maniscalco per 4 fiorini;
a S. Cosimo: una casa con tre palchi nella “charraia del Ponte nuovo” (non condotta) e una casa con tre palchi, chiostro, pergola e orto, tenuta da Goro cuoiaio per 5 fiorini;
a S. Paolo all’Orto: una casa alla “valensana” (non condotta), una casa a tre palchi concessa a Giovanni da Prato per 3 lire e una casa affittata a Iacopino di Giovanni per un fiorino;
a S. Felice nel Borgo: una bottega con tetto coperto condotta da Papino di Martino orafo per 2 fiorini di pigione, una casa con due palchi e mezzo e due botteghe (non condotta), e mezza parte di un casolare (non condotto);
a S. Paolo a Ripa d’Arno: una casa a due palchi (non condotta);
a S. Clemente: carati 4 e mezzo di un “descho da tagliare charne”, concesso a Antonio di Rossetto tavernaio per 3 fiorini e carati tre in un fondaco detto “A’ Celliere della Tana”, concesso a Nino vinattiere per 2 fiorini, e il palco sopra affittato a monna Giuliana pizzicagnola per 2 fiorini;
a S. Cassiano: una casa con tre palchi (non condotta);
– a S. Andrea: la casa detta “La Tinta”, tenuta d Giusto da Prato tintore per 21 fiorini e un terzo di terra con un appezzamento “a tirare i panni”, con casa e tiratoio affittata a Piero di Bartolomeo lanaiolo per 12 fiorini (la terza parte).
L’ultimo ricordo di immobili cittadini non cita la cappella di riferimento ma solo il Borgo e una bottega posto sotto la casa di messer Biligiardo “de Roso” concessa a Antonio di Martino per il canone di un fiorino ...

San Domenico ebbe pure la proprietà di terre nei sobborghi (Santa Maria Maggiore, San Marco, San Giovanni al Gatano e tutta la Ripa d’Arno, Vettola compresa) e nel contado (Vico, Val di Serchio, Rosignano, Castelnuovo, Castelvecchio, Paltratico eccetera).
Tali terre tuttavia ebbero una rendita in grano, vino e olio molto minore rispetto a quella delle botteghe e per questo contribuirono in quantità più esigua all’economia del monastero.
I tempi di crisi e di mancati affitti provocarono poi entrate ridotte dagli immobili cittadini e un problema maggiore per il sostentamento delle numerose suore e della “famiglia”.
Fu un motivo di cruccio della stessa beata Chiara che nel 1407, l’anno dopo la caduta della città ad opera dei fiorentini, scrisse così a Francesco Datini di Prato:
«Idio il sa che abiamo tanto afanno che non ricogliamo da vivere un mese e meso. Si à 40 bocche; non ci sono, nè possano sovenire li cittadini come facevano».

Paola Ircani Menichini, 14 gennaio 2022. Tutti i diritti riservati.




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