Piccolo contributo all’indagine sulla peste ‘manzoniana’ a Pisa

La guerra dei Trent’Anni (1618-1648) provocò miseria universale tra le popolazioni d’Europa e d’Italia e, dal settembre 1629, apportò una terribile peste, oggi detta ‘manzoniana’ perché la più nota descrizione è quella fatta dallo scrittore milanese due secoli dopo.
Si diffuse con l’esercito alemanno dalla Germania meridionale alla Svizzera e entrò nello stato di Milano l’estate del 1629, raggiungendo la Toscana nell’autunno, stagione in ci si ebbero le prime avvisaglie.
Nel primo quarto del 1630, pertanto, la Magistratura della Sanità di Firenze prese dei provvedimenti quali i lasciapassare personali a certificare la non provenienza da luoghi sospetti o l’acquisto di grano per il sostentamento della popolazione durante il contagio.
A luglio la peste entrò definitivamente in Toscana e a settembre, forse tramite la via fluviale dell’Arno, raggiunse Pisa dove perseverò per due anni e mezzo a fasi alterne, con punte di mortalità nella primavera del 1631 e in quella del 1632.

Sul morbo a Pisa esistono degli scritti inediti del frate cronista del convento servita di Sant’Antonio abate.
Come premessa, a rammentare al lettore che il secolo non faceva sconti anche al di fuori del morbo, ricordano come il 21 febbraio 1630 morisse nel convento a 56 anni l’illustre padre teologo fra Enrico Antonio Borghi, generale dell’Ordine (1625-1630), il quale “fu sepolto sotto il pulpito con una cassa”. Il 7 settembre 1630 invece passò a miglior vita fra Bonaventura studente di Pisa. Ma in entrambi i casi non si trova commento sui decessi che, per questo, non dovettero essere dovuti alla peste.
Nel dicembre 1630 però gli eventi divennero pressanti. Il giorno 21 – riporta il cronista – Cosimo Bardi arcivescovo di Firenze [† 1631], “in questa parte commissario delegato della santa congregazione sopra i negotii de vescovi, et regolari”, riguardo ai novizi, comandò al priore del convento una necessaria prudenza e scrisse che:

“Volendo la santità di nostro Signore che li novizi, che nell’avvenire si haveranno da ricevere ne’ monasteri e conventi di questo stato, in luogo de’ religiosi morti per causa del contagio, sieno di tutte quelle qualità che si richiedono dalla regola e constituzioni di ciascun ordine, e delle bolle e decreti pontificii, e che ne’ medesimi monasteri e conventi perpetuamente si tenga solo quel numero di religiosi, che comodamente vi si possono sostenere con ogni esatta osservanza della vita comune, conforme alla disposizione del sacro concilio di Trento.
Per ordine espresso della santità sua, come per altro del signor cardinale Sant’Onofrio [Antono Barberini senior, cappuccino, fratello di papa Urbano VIII, cardinale di Sant’Onofrio, † 1646] de’ 22 di novembre 1630, ordiniamo, e comandiamo al reverendo priore de’ Servi di Santo Antonio di Pisa, quale ordine farà registrare ne’ libri publici di cotesto monasterio, e convento, che nell’avvenire fino ad altr’ordine della santità sua, non ardisca ricevere e far ricevere all’habito della sua religione altri novizi di codesto monasterio, e convento, ancor che destinato a ricevere e novizi, né altrove a nome di esso senza special licenza di sua beatitudine, nella quale venga espressamente derogato alla presente prohibitione sotto pena della privatione del offitio, e di voce attiva e passiva da decorrersi ipso facto; e le recettioni de’ novizi fatte contro qual prohibitione, et le professioni che poi da essi si facessero et ogni altro atto sieno nulli, e di niun valore, per qualsiavoglia effetto.
Dichiarando che questo precetto habbi forza anco ne’ successori pro tempore, come se a loro medesimi fusse stato intimato.
Non si manchi dunque di eseguire la mente di sua beatitudine e dell’essecutione ce ne darà parte (scrittura formata con il sigillo) cotesto monasterio, e convento.
E il Signore la conservi.
Di Fiorenza, lì 20 di dicembre 1630.
Cosimo arcivescovo di Firenze”.

Nei mesi successivi le memorie del cronista furono di argomento ‘normale’ ... Il 28 giugno 1632 (1633 al pisano, come è scritto) però si riparlò di peste e si sottolineò lo “spavento” dei frati che formavano una piccola comunità quasi ‘indifesa’ – pur munita di un proprio studio e appoggiata all’insegnamento pubblico di teologia dell’università.

Il testo:
“Memoria come il sopra detto giorno passò a miglior vita il padre fra Pandolfo Giani fiorentino sindaco e camarlingo del convento, morte quasi repentina poiché la sua malatia non durò più di tre giorni” e fece sì che i padri di Santo Antonio “si ritrovavano spavento grande sospettando che fussi morto di contagio, qual male al hora era ritornato a molestare la città; verificosi detto sospetto et il male era contagioso et in capo a tredici giorni, che il dì 11 di luglio fummo rinserrati in convento che si scoperse il male a frate Costantino [Chellini] da Fiorenza diacono, quale guarì, et il giorno seguente s’infermò fra Marcho converso, figliuolo di questo convento quale il dì 16 del sopradetto mese rese l’anima a Dio.
Et il dì 17 del sopra detto mese si scoperse il male al padre fra Antonio [Argenti] da Pisa, quale il quinto giorno del suo male morse, et apportò agli altri frati, poichè da giorni haveva praticato con loro col male, gran spavento; si l’assegnò per lazzeretto il dormentorio et alla lor cura si messe a certo Piero di Nanni Zoppo, havendo preso le stanze da basso i frati che non havevano male; i cadaveri de’ morti si sotterrorno come qui sotto: il padre fra Pandolfo nella sepultura de’ padri, non credendo fussi mal cattivo, dove per correggere tal errore i padri fecero mettere dua some di calcina viva sopra detto cadavero, acciò si consumassi la malignità del male.
Gli altri dua corpi furno dalli homini esposti dalla sanità posti in una cassa per uno con calcina viva e fatte le buche in chiesa s’interrorno fra l’altare di Sant’Antonio e del Purgatorio: che fu fra Marcho a dirimpetto dal altra parte, poi il padre Antonio; che nostro Signore li habbia ricevuti nelle sue braccia.
Il 22 del predetto mese fra Costantino et il sopra detto Piero andorno in piazzetta in una casa trovatali dalla sanità per fare la quarantana disferiticata [sic, forse differenziata] da gli altri frati; i padri che restorno in convento sono questi il fra Cosimo Torrigiani priore fiorentino, il padre Ipolito da Pisa, il padre fra Giorgio [Bomboni] da Fiorenza maestro studio, e fra Giovanni Mon. professo”.

Paola Ircani Menichini, 23 maggio 2024. Tutti i diritti riservati.




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