Il parlamento di Montecastelli pisano e la pace con Monteguidi nel 1304

Nel medioevo, lungo l’itinerario che da Volterra, attraversando le Colline Metallifere, andava a Siena e nella Toscana meridionale, furono innalzati (forse in luogo o nei pressi di ville e pagi dell’antichità) dei castelli con il compito di proteggere gli abitanti, le vie e le miniere che dettero il nome al territorio.
Al limite del contado di Volterra e Siena, nell’alto bacino del fiume Cecina, in zone oggi spopolate, ma proprio per questo suggestive, si trova una di queste originali fortificazioni: Montecastelli pisano nel comune di Castelnuovo Valdicecina.
Centro bene arroccato, le cui vestigia sono altrettanto ben riconoscibili, ebbe indubbia importanza soprattutto per i volterrani che nel 1204 ricevettero il giuramento dei suoi abitanti circa la garanzia di esser custoditi e non privati del passaggio nella zona.
Altri documenti, soprattutto quelli del due-trecento, confermano la rilevanza della posizione e anche le controversie tra il comune di Volterra, il vescovo, che qui ebbe una corte, e i feudatari. Furono conflitti ovviamente legati al potere e ai redditi di passo o dogana e minerari (l’argento), del quali riporta qualche esempio il Repetti nel Dizionario.
Le liti si indebolirono con il ridursi del numero di attori privati sulla scena. Nell’aprile 1371 si adunò il parlamento degli uomini e, alla presenza di Paolo del fu ser Monaldo vicario e ufficiale, ratificò la sottomissione in perpetuo al comune di Firenze.
Scorrendo altri documenti, si trova spesso ricordata a Montecastelli la chiesa medievale intitolata gli apostoli Giacomo e Filippo (ancora esistente) già filiale della pieve di San Giovanni di Sillano. Alcune carte citano un borgo (1204) e la corte del vescovo (1204), la porta detta Galbrigiana (1285), una fonte (1285, 1291), un “palatio sive turrim cum una domo iuxta se” presso la piazza del comune (1333), una porta Bucignana (1347), la gora del mulino del castello ( 1347), la casa del comune (1371) ...

Riguardo al parlamento degli uominidi Montecastelli di cui al titolo, attira l’interesse proprio quello del 1304, sia perché in generale la parola evoca un suggestivo e democratico modo di vita delle associazioni rurali, sia per la considerazione in cui i castellani erano tenuti dalla dirigenza delle città.
Ma nella pergamena si aggiunge un valore in più: i nomi dei castellani scritti uno per uno dal notaio.
Dunque, nella primavera del 1304, alla presenza di Gherardo del fu signor Guido (da Fosini dei conti d’Elci), cittadino volterrano e rettore del comune, gli uomini e gli universali di Montecastelli si congregarono nella chiesa dei santi apostoli Filippo e Giacomo patroni del comune “ad parlamentum”, e fecero, costiturono e ordinarono per loro sindaco e procuratore Corso di Schiatta del luogo al fine di rendere e ricevere “puram, veram et perpetuam pacem, remissionem atque concordiam” con il sindaco e procuratore del comune di Monteguidi nel contado di Siena (oggi comune di Casole d’Elsa).
La pace sanava tutto quanto di pessimo era stato commesso e perpetrato dagli uomini dei due comuni riguardo a “iniuriis, insidiis, insultibus, adgressionibus, cavalcamentis, robberiis, depredationibus, furtis, rapinis, manumissionibus, plelationibus, vulneribus, feritis, percussionis, homicidiis, capturis, captionibus, ucisionis, arsionibus, incendiis et damnis” – campionario di azioni usuali in un medioevo sempre litigioso soprattutto sui confini e sugli interessi.
Seguono i sottoscrittori, ovvero la lunga lista dei “nomina” degli uomini del comune che fecero il parlamento, divisa in due parti di consiglieri e una di “adjunctorum”, cioè di collegati.
I consiglieri del consiglio minore e speciale di Montecastelli furono 12: Naldo di ser Paganello, Bardo di Alberto, Neri di Salomone, Villano di Seracino, Muccio di Balduccio, Mino di Bernardo, Gianni di Brando, Zacchino di Benvenuto, Martinozzo di Neri, Lubardello di Guglielmo, Giotto di Zaccaria e Perino di Basso.
I consiglieri del consiglio maggiore e generale ammontarono a 23: Marco di Rollandino, Turino di Alberto, Totto di Peruzzo, Dota di Martinozzo, Neri di Lotteringo, Castelluccio di Piero, Cecchino di Feo Bassi, maestro Ugolino, Ceo di Salomone, Piero di Castellano, Comino di Corso, Giannetto di Guiscardino, Ghese di Brunetto, Castellino di Bencivenni, Tingo di Bertolotto, Vannuccio di Giunta, Feo di Buono, Chele di Gherardo, Ciallo di Bindo Cantini, Tanino di Viviano, ser Martino notaio di Tavante, Nicoluccio di ser Paganello, ser Nuccio di Ugolino.
Gli aggiunti invece furono più di duecento. Ci si perdoni però se non li trascriviamo uno per uno (è un’impresa!) e si ricordano solo i pochi con una qualifica, ovvero Puccino mattonaio e Bertuccio mattonaio.
Il notaio che con pazienza li scrisse con minuta calligrafia in colonne a metà della carta fu ser Placido di Prende da Pomarance.
Si trovava nella chiesa dei Santi Giacomo e Filippo, presenti prete Maffeo rettore, Niccoluccio chierico del fu Cenni di Bonaguida da Siena e Buccino Cenni da Sillano.

Paola Ircani Menichini, 20 giugno 2024. Tutti i diritti riservati.




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