Tra Fossabanda, Pisa e "Liburna"
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Tra Fossabanda, Pisa
e "Liburna"


L’ultima pagina di un registro manoscritto appartenente alle monache domenicane di Santa Croce di Fossabanda riporta l’altrettanto conclusivo atto della loro lunga e utile dimora in questa parte di Pisa, un po’ nascosta rispetto al centro storico. Fa qualche difficoltà infatti trovare il luogo se non si è pratici della città, avendo nel Novecento l’edificazione di palazzi e strade modificato le aree adiacenti alle mura orientali, dove era solo campagna aperta o quasi.
Tornando dunque a questa epoca più contadina, ovvero al primo ventennio del Quattrocento, l’atto conclusivo della dimora delle monache è un promemoria per il passaggio del convento ai frati Minori Osservanti:

“Ricordo per Santa Croce di quello si debba fare colli frati de l’Osservantia di sancto Francescho e con Pietro Nerecto (1) per:
Inpetrare una una bolla dal papa che conceda a’ frati di santo Francescho de l’Osservantia lo sito el cerchio de le mura con tutto lo inmobile del monisterio di Sancta Croce che è drento a le dicte mura fussino di volere e consentimento de le monache et d’accordio sensa alcune altre cose |fuori del decto luogho. E questo s’intende per dicti frati proprii e non è per altrcuna [sic!] e altra persona d’altra religione o d’altra condissione; e quanducha lo dicto monesterio non fusse abitato da’ dicti frati che non vi facessero residensa personalmente che possi e debba ritornare a la iurisdissione de le dicte monache in quel termine o modo che allora si trovasse e nessuna altra persona vi possa avere alcuno dominio o giurisdissione.
Item che dicte monache possino e debbino usare e avere la sepultura in dicto monesterio per le loro propprie e lloro succedente in del luogho loro perpetualmente a lloro volere sensa alcuna condissione.
Item che dicti frati o lloro successori o altri per loro non possi ne debbia avere per questo alchune iurisdissione ho dominio in alchuna possessione ho bene, mobile, o, immobile di dicto monesterio ececto che in del sito e cerchio de la chiusura del dicto munisterio e none in niun’altra cose come di sopra dice.
Item che per questo non si intende avere preiudichato a nessun privileggio, o esentione lo titulo di dicto munesterio o de le priore d’esso monesterio così de le presente come de le future ma più tosto quelli che esse ànno in fine a questo dì s’intendino essere ractifichati e confermati e così le bolle de la priora per lo suo priorato.
Le dicte bolle si debbano in petrare colle su(pradic)te sustantie sensa alcuna spesa de le monache e esse la debbino avere e tenere appresso di loro.
Queste sono le chose che bizognano acconciare.”

La storia del dopo è nota. I frati Minori Osservanti, che con alterne vicende, sono rimasti nel luogo fino ai giorni nostri, ottennero Santa Croce con approvazione papale del 18 gennaio 1428 (documento che fu edito già negli Annali del p. Luca Wadingo, + 1657).

Su Fossabanda francescana è stato scritto qualche saggio (2), mentre sulle monache che lo abitarono, si trovano notizie scarse – ma vige la speranza che un giorno esse abbiano lo studio dedicato che meritano.
Dopo aver letto il registro, tuttavia, è quasi naturale dare qui qualche anticipazione del contenuto dell’interessante centinaio di pagine precedenti alla dismissione.
Deriva, il gran numero di note presenti, da una amministrazione curata e intelligente riguardo le terre portate in dotazione – in deposito – dalle singole monache all’atto di entrare nell’Ordine e nel monastero.
Ovvero, in tempi di manica stretta, nei quali si regalava poco a chicchessia e altrettanto si riceveva, i conventi si premunivano acquisendo i beni più preziosi dei contemporanei, quelli immobiliari.
Portando qualche esempio, nel registro sono interessanti le note “livornesi”de Liburna come si diceva allora –, perché sono state scritte prima che i Medici ricostruissero la città. Vi si parla del castello (Darsena vecchia, via San Giovanni) degli ultimi anni del Duecento e i primi decenni del Trecento.
Si cita soprattutto il Borgo formato da diverse case e campi, prossimi al fosso dello stesso castello. La cittadina insomma sembra si stesse allargando già all’inizio del Trecento (o almeno così ci sembra di capire), e case, campi e vigne si allungavano nelle vicinanze del mare, in luoghi fertili e con poderi il cui nome era anche quello di alberi da frutto ...
Facendo l’elenco dei beni descritti, e qui tradotti in italiano, troviamo (tra parentesi i confinanti):


– un pezzo di terra con casa nel Borgo (via pubblica, casa di Giordano Mictri, terra e casa di Cionetti Campane), concesso dalle suore a livello a Gerardo di Rosignano per carta rogata da Guidone di Rustichelli nel 1297, le V calende di ottobre (27 settembre) indizione X.
– un pezzo di terra con casa nel “Burgo” (Borgo, mare, terra e casa di Borriceveri Auti, casalino di Beccio di Livorno che era stato di Masino di Bergo), concesso a maestro Puccino del fu Aguiletti di Livorno, carta rogata dal notaio Guidone nel 1298, IX calende di settembre (24 agosto), indizione X.
– terra campia con casa in Livorno (capo e lato presso due vie pubbliche, capo in “fossa castri Liburne”, casa di Vanni di Giorgio), tenuta da un certo “Addornus”.
– un pezzo di terra con due case terrestri e terra ortale presso le case nel Borgo “extra castru(m) et fosso castri Liburne” (capo in Borgo, terra dell’Opera di Santa Maria, terra di Orsello di Michele Casalini, terra dell’Opera di Santa Maria della Chiesa Maggiore), teneva una delle case Vannuccio di Boninsegna e l’altra un certo Salicello (v. la foto).
– un pezzo di terra campia Al Pero, preso a fitto da Adorno sopracitato.
– la metà di altra terra campia di Sotto al Pero, tenuta da Vanni di Giorgio e da Guido Quirmisse.
– tre pezzi di terra vignata al Fornello “sive Ripute” (vie pubbliche, mare, terra di Bondo del fu Bernardino e spedale di Santo Spirito).
– un pezzo di terra vignata al Faldo (vie pubbliche, Gaddo di Gano di Livorno, terra vignata di Baccione Lamberti).
– un pezzo di terra al Ceragio (terra di Iacobo di Guercio e terra dei frati Umiliati, terra del monastero di Tutti i Santi, eredi di Giovanni “Homodei”, terra di Zone), tenuta da Nerio di Saladino.
– altra terra in detto luogo (via pubblica, eredi del sopradetto Giovanni, terra di Fino Petrella, terra di Iacobi Murci).
Gli ultimi due pezzi di terra le suore li ebbero da domina Agnese (madre di fra Masino) oblata del monastero, per carta rogata da Alberto da Musigliano nel 1286, X calende di dicembre (22 novembre), indizione XIV.
La “Badia di Livorno” teneva i suddetti pezzi di terra – il registro purtroppo non ne riporta il titolo e l’Ordine (Gorgona, SS. Apostoli di Nugola ... altra ignota?).

Qualche foglio dopo sono citate le terre di Vicarello e Macchiette, dove, per inciso, appaiono anche parecchi beni dei Lanfranchi pisani. Vicarello è arcinoto, le Macchiette un po’ meno, anzi non risultano in alcuna carta o risorsa bibliografica. Dovevano trovarsi vicino al luogo (omonimo di quello di Livorno) detto Faldo, descritto in altra pagina del registro presso la fossa Torale e la lenza di Macchietta e oggi sede di un Autoparco. Siamo nella zona tra l’Arnaccio, l’autostrada e lo Scolmatore. Territorio di fossi e paludi, anche nel medioevo fu soggetto a bonifiche (o a tentativi), se si trova la citazione delle “lenze”, ovvero di quelle strisce di terreno fatte da mano d’uomo limitate da due lunghi fossi di drenaggio.
Qui, i luoghi delle monache nominati nel registro furono Petriccio, una curiosa “Sceppata del Gatto” presso le terre dei “lambardi” di Putignano, Petralba “sive Morlacchio”, Stagno Grande a confine con la fossa di Stagno, le Lenze Campigiane.
Le terre così chiamate erano il “deposito” di suora Vannuccia “de Sassetta” e furono comprate con atto rogato da Betto notaio di Spina, nel 1322, XI calende di febbraio (22 gennaio), indizione V.



Pianta del Piano di Pisa, 1740-49, Archivio di Stato di Firenze, Fondo Piante dello Scrittoio delle Regie Possessioni.

Paola Ircani Menichini, 29 maggio 2020. Tutti i diritti riservati


(1) Nelle “Ricordanze dal 1433 al 1483 di Ugolino di Niccolò Martelli”, edite nel 1989, si trova Piero di Iacopo Neretti che a Pisa aveva una compagnia commerciale con Filippo Rinieri.
(2) V. per esempio Fabrizio Burchianti, “La chiesa di Santa Croce di Fossabanda a Pisa: indagini archeologiche”, Mappa Data Book 2, 2017; Angelo Eugenio Mecca, “Il convento di S. Croce in Fossabanda a Pisa”, Pontedera 2011.


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