‘Teutonici versus Italici’ (tedeschi contro italiani) alla fine del sec. XV

L’autore di riferimento a Teutonici versus Italici è il padre Felice Fabri domenicano di Zurigo († 1502) che narrò dei suoi due pellegrinaggi ai Luoghi Santi compiuti in compagnia di nobili signori tedeschi nell' Evagatorium in Terrae Sanctae, Arabiae et Aegypti peregrinationem (tre volumi Stoccarda, 1843-1849).
Imbarcatosi da Venezia prima nel 1480 e poi nel 1483, prese nota e trascrisse in latino quanto visto sui luoghi, le usanze e le persone, lasciando ai posteri un resoconto storico di valore che comprese, nel secondo viaggio, un prologo, ovvero l’itinerario dal convento di Ulma nel Baden-Württemberg fino alla Città della Laguna. Qui si soffermò più volte sulla rivalità tra Teutonici e gli Italici, nella quale ebbero parte una ‘sostituzione etnica’ e un cane veneziano ... Ma andiamo a leggere, riassumendo:

– 13 aprile “domenica della Misericordia del Signore, dell’anno 1483”. Invito a fra Felice del messo del nobile signore Filippo conte di Kyrchberg. Benedizione degli itineranti del reverendo padre priore maestro Ludovico Fuchs e commoso saluto dei frati. Partenza a cavallo. Arrivo al castello del conte a Illertissen.

– 14 aprile. Esame del padre Fabri di una fanciulla “alienata dai sensi”, nella quale non riconosce intervento demoniaco.
Partenza col servitore fino a Memmingen.

– 15 aprile. Da Memmingen a Kempten e a Reutte presso il Lech. Congedato il servo.

– 16 aprile. Entra nelle Alpi Retiche e viaggia con il cavallo tenuto per le briglie su strada pessima e fangosa. Arrivo a Schneckenhusen. Nell’albergo sono presenti dei minatori delle cave d’argento e altri.

– 17 aprile. Furto dei minatori ai danni di due carrettieri. Partenza timorosa di fra Felice e arrivo a Innsbruck. Al punto di riunione non sono presenti i nobili suoi compagni. Partenza e arrivo a Matrei.

– 18 aprile. Passaggio del Brennero, ingresso a Vipiteno e riunione con gli altri.

– 19 aprile. Sosta presso Bressanone al monastero di Novacella dell’Ordine dei Canonici Regolari.

– 20 aprile, domenica Iubilate (la III dopo Pasqua). La compagnia va da Novacella velocemente a Bressanone, dove pare infuriasse la peste, da qui alla strada di Kunter, e a Bolzano da poco distrutta da un incendio. Alcuni attribuivano l’incendio alla vendetta divina “in quanto le persone lì sono viziose, dedite oltre misura alla crapula, alla lussuria e alla superbia. Infatti lì si trova tutto a buon mercato e abbonda il meglio: lì il vino è la cosa principale e frutti dolci. Ma ha un’aria insana, perché, come dicono, da quella parte dove spira aria fresca e salubre, ci sono le montagne più alte, che mi hanno indicato i frati, e da quella parte dove riceve aria, vi sono le paludi più maleodoranti. Onde accade che ci sono sempre molti febbricitanti, ed è così comune essere presi dalla febbre, che non ne considerano la debolezza” [...] Qualche anno fa questa città era italiana e la lingua comune era italiana. Conosco un certo padre italiano, il quale non sapeva una sola parola di teutonico; da giovane era stato cursore (corriere) e predicatore nel convento di Bolzano. Ma con il tempo e l’aumentare dei teutonici, la città era diventata tedesca, e quel convento fu aggiunto alla nostra Provincia, mentre prima era sotto la provincia di San Domenico. Restammo in questa città per la notte, e vedemmo grande miseria ...”.

– 21 aprile. Viaggio sulla riva destra dell’Adige, passaggio a Termeno, famosa per i vini esportati anche in Svevia, sosta al castello di Firmiano che il duca Sigismondo d’Austria sta ricostruendo. Arrivo a Egna o Neumarkt. Ricordo dei frati “frati erranti che correvano per le montagne [...] e si nascondono sui monti, come luoghi più sicuri, e poiché qua tutto è a buon mercato, e a prezzo lieve, possono alimentare la loro vita dissoluta, e corrono dai contadini, raccontando loro i benefici delle messe, e coloro che li ascoltano comprano le loro messe, per sé e per i propri morti, senza sapere che lì c’è il morbo della simonia. [...] Ho visto là sulle montagne errare miserabili di tutte le religioni, e i vescovi e i preti li tollerano”.
Passaggio a Villa Nova, dove si ricorda il vescovo di Augusta Sant’Udalrico che in viaggio verso Roma aveva pregato Dio “di non lasciarlo morire in Italia, ma in Germania”.
Arrivo a Trento che descrive: “È situata in un luogo piacevolissimo, limpido e salubre: e sono come due città, quella inferiore e quella superiore, a causa delle due diverse nazioni. Perché gli Italici abitano nella parte alta, e gli Alemanni stanno nella parte bassa, e c’è divisione di lingua e di costumi; raramente sono in pace tra loro e spesso, prima dei nostri tempi, la città fu lacerata e quando dagli Italici in odio dei Teutonici, e quando dai Teutonici con dispiacere degli Italici. Non sono passati molti anni da che in quella città i Teutonici erano forestieri e pochi, ma ora ne sono cittadini e governatori. E riguardo a questa città, alla fine accadde e ora di fatto avviene, che il duca di Adige e di Innsbruck la sottomise tutta a sé e ai Teutonici, come si è detto di Bolzano: perché gli Alemanni di giorno in giorno aumentavano sempre di più.
Ma quale sia la causa del loro aumento e perché preferiamo crescere nelle regioni degli altri, piuttosto che gli altri nelle nostre regioni, non l’ho ancora imparato; o a causa della crudeltà del popolo teutonico, di cui nessuna nazione può sopportare la vicinanza e la vista; e tutte gli danno il posto, cedendo a un furore che nessuno riesce a sopportare”.
A Trento si venera in San Pietro del corpo del fanciullo martire San Simonino, ucciso dai Giudei. Incontro con un buffone, mimo e suonatore di flauto e la moglie cantante. Ricorda: “ Abbiamo scoperto che questo buontempone era un meccanico di Trento, e non scherzava in continuazione, ma solo all’arrivo dei principi e dei signori, e chequando seppe che c’erano pellegrini in Terra Santa, suonò per la loro consolazione e per il proprio salario, affinché il nostro dolore e la nostra ansia potessero essere un po’ alleviati”.

– 22 aprile. Da Trento a Pergine, poi al lago di Caldonazzo. Sosta a Valsugana (nel testo Valscian). Ancora su teutonici e italici: “Ora questa città, e di conseguenza tutto il paese fino al mare, è di lingua italica. Gli osti però conoscono molto bene sia il teutonico che l’italico. Ho chiesto all’oste il motivo del nome, perché il paese si chiamava Valscian e ha risposto: «Valsugana è la stessa valle secca, e per questo ha ricevuto il nome; perché molto tempo fa, prima che il mare si ritirasse, si sollevava fino a questo punto, e tutta la valle era piena d’acqua; donde su entrambi i versanti dei monti che sovrastano la valle si trovano cerchi di ferro nelle rocce per l’ormeggio delle navi. Dopo il ritiro del mare, la valle secca conservò il nome di Valsugana». Da Valsugana trasferimento alla locanda di Ospedaletto.

– 23 aprile. Celebrazione di una messa secca (senza la parte eucaristica) della festa di San Giorgio al quale i nobili sono devoti. E:
“Dopo la preghiera mi rivolsi di nuovo al popolo e feci un breve discorso su San Giorgio e un’esortazione. Mentre facevo queste cose e parlavo in questo modo, la gente della città stava lì e mi guardava con grande stupore, confusa. Perché erano italici, e forse non avevano mai sentito un sermone teutonico nella loro chiesa se non da me”. Partenza e arrivo a Feltre e sosta per la pioggia in una locanda.
“Ma la pioggia aumentava sempre di più, e così fummocostretti a restare lì quel giorno, il che ci ha dato comunque fastidio, perché la locanda stessa era angusta e piena di contadini italici, e l’oste e la padrona di casa e tutta la famiglia parlavano la lingua italica; non l’avevano l’uso di trattare i signori e i mezzi per servire onestamente. Erano però uomini semplici, buoni e facevano quello che potevano: questo lo consideravo bene. Ma i servi dei signori erano impazienti”.

– 24 aprile. Da Feltre a Quero. Salita su una montagna per osservare il mare “alla vista del quale il mio signore, essendo giovane e delicato, stette in qualche modo atterrito e contemplò il futuri pericoli con il mare. E di fatto io stesso fui scosso da un certo timore alla sua vista, benché avessi già ben gustato la sua amarezza. Perché aveva un aspetto piuttosto orribile contemplato dalla montagna. Si vide che era vicino, e il sole serotino ne illuminava la parte anteriore; il resto, di cui nessuno può vedere la fine, sembrava una nebbia alzatasi fitta, atra, d’aria nerastra”.

– 25 aprile. Messa di San Marco, festa grande per i Veneti. Arrivo a Treviso per vendere i cavalli.

– 26 aprile San Desiderio. “I trevigiani fecero una gran festa con una processione per la città; e quando tutto il popolo si fu riunito nella grande piazza, misero su uno spettacolo, in cui la leggenda di quel santo era espressa dai gesti degli uomini istruiti apposta, e al quale noi stranieri guardammo con ammirazione, non so se con devozione.
Dopo pranzo vennero alla nostra locanda molti italici, desiderosi di vedere e di comprare i nostri cavalli, sulla vendita dei quali gli stessi ebbero tra loro una mirabile disputa. Infatti accorrevano e l’uno cercava di anticipare l’altro, e interrompevano il mercato, e si straziavano con parole ingiuriose, e i vecchi e i ricchi onorati quasi come ragazzi combattevano, e uno offriva maggiore pecunia di quanto il cavallo valesse per dispiacere all’altro, e con questa industria l’uno danneggiava l’altro.
In questa disputa rimanemmo in pace, vendemmo bene i nostri cavalli, e così passò quel giorno”.

– 27 aprile. Partenza per Mestre e in barca per Marghera. Ancora sugli italici: “Nel frattempo ci avvicinammo al castello di Marghera e, procedendo vicino alla torre, detta torre di Marghera, incontrammo una barca, che alcuni giovani robusti tiravano verso Marghera impetuosamente con i remi; impegnarono la nostra barca e urtarono le prore l’une e l’altre. Dall’impeto la nostra barca fu rovesciata da un lato e spinta su un palo conficcato nell’acqua; minacciava di rovesciarsi da un lato, e quasi fu rovesciata con uomini e cose; noi ci spaventammo moltissimo.
E i marinai, gridando da entrambe le navi, si maledicevano a vicenda, e così procedemmo. Dopo un breve attesa, un’altra barca ci venne incontro con dei compagni e uno ci interrogò: «A quale albergo intendiamo andare a Venezia?».
Quando gli abbiamo detto, a San Giorgio, dove aveva organizzato il signor Giovanni di Cymbern: ha cominciato a insultare sia l’oste che l’albergo, e ha gridato cattivi predicati dell’oste, e in piedi sulla prora, e ha cercato di allontanarci, e ci ha illustrato qualche altro albergo. Mentre stava così sulla prora, con un grido persuasivo improvvisamente, rovinando da essa, cadde in mare. Faticosamente i suoi compagni lo trassero fuori e lo salvarono dalla morte. Indossava nuove vesti di seta, che ricevettero il battesimo con lui: per cui nella nostra barca si levò una grande risata”.
Segue l’ingresso nella mirabile Venezia, il passaggio a Rialto, l’arrivo al Fondaco degli Alemanni e all’albergo di San Giorgio, dove anche il cane dimostrò da che parte stava:

“L’oste maestro Giovanni e l’ostessa Margherita ci hanno accolto con grande allegria, e mi hanno salutato in modo singolarmente amichevole, perché ero l’unico che conoscevano dal precedente pellegrinaggio, quando avevo trascorso molti giorni con loro in quella casa. Anche il resto della famiglia ci è venuto incontro, ci ha salutato e si è presentato per servirci. E tutti della casa, l’oste e l’ostessa, e tutti i servi e le cameriere, parlavano la lingua teutonica, e non si sentiva una parola d’italico in quella casa, della qual cosa avemmo uno speciale conforto, perché è molto penoso convivere con persone con le quali non si può parlare la lingua.
Al nostro ingresso, ci venne incontro un cane, il guardiano della casa, grosso e arrabbiato, e con lo scuotere della coda si mostrò felice, e saltò verso di noi come fanno i cani con chi è loro familiare. Questo cane accoglie tutti i Teutonici, da qualunque parte della Germania provengano, esultando in questo modo. Ma all’ingresso di Italici, Lombardi, Gallici, Francesi, Slavi, Greci o di qualsiasi altra provincia fuori della Germania, è irascibile così tanto che è considerato rabbioso, e con grande latrato salta addosso furiosamente; a meno che qualcuno non controlli il cane, la molestia non cessa. Non si abitua neppure agli italici che abitano nelle case vicine, ma insorge contro di loro, come contro gli stranieri, e persevera e resta un implacabile nemico di tutti. Inoltre non permette che i loro cani salgano in casa, ma non tocca i cani dei Teutonici. Non attacca i mendicanti teutonici che vogliono chiedere l’elemosina, ma attacca e respinge i poveri italici che vogliono salire a elemosinare. Molte volte ho salvato dei poveri dai morsi di quel cane.
I Teutonici trovano in quel cane un argomento che è implacabilmente ostile agli Italici: e gli uomini teutonici non sono mai pienamente d’accordo con gli Italici, e viceversa, poiché quell’inimicizia è radicata nella natura ...”.

Paola Ircani Menichini, 5 luglio 2024. Tutti i diritti riservati.




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