«Viaggetto in Maremma» di Antonio Benci: Grosseto e ritorno a Livorno

La quarta parte (divisione di comodo) del Viaggetto in Maremma di Antonio Benci (1783-1843) illustra quanto visto dall’autore a Grosseto e sulla via del ritorno, sempre alla scoperta inaspettata – e forse anche alla ricerca di un significato – di territori bellissimi e poveri.
La prima sezione di questo diario itinerante – pubblicato a rate secondo le possibilità di chi tiene il sito – ha riguardato la partenza da Livorno fino a Massa Marittima (21-23 marzo 1830), la seconda quello da Massa fino a Grosseto (24-25 marzo), la terza Orbetello, il Monte Argentario e Ansedonia (26-27 marzo).

[Viaggetto in Maremma 1830 - quarta parte]

“28 marzo.
Son ripartito d’Orbetello alle 6 ½. Passata la prima e la seconda barca, si trova poco poi un poggio sul mare con torre in vetta, e altra torre al falde, situazione dell’antico Telamone. Ora non c’è più nulla.
Sotto il poggio, dove è un’osteria in capanna, è la via che lungo il padule conduce a Telamone moderno. La via si fa tutta selciata, con un argine di rena sul padule. Non è ancora finita, ma ci lavorano, ed è tre miglia piccole dalla capanna. Telamone è bruttissimo, e il piccolo casale, abitato da miserabili poltroni. Non vogliono neppure darsi alla pesca. V’è una fortezza con torri in cattivo stato. Ma la posizione è bellissima, di faccia, 10 miglia distante, Santo Stefano e il resto della montagna. A destra l’isola del Giglio. A sinistra l’interiore paese, tutto a boschi, col malaugurato stagno. Tra sinistra e di faccia tutto l’Orbetello con Ansedonia in fondo, e l’antico Talamone (che fa bel poggio e bel golfo vicino).
V’ho mangiato pan duro e pessimo pesce e pessima acqua, in luogo orrido e sudicio, con malati prossimi.
Quindi son ritornato a Grosseto, dove pernotto più male ancora della precedente volta poiché mi è toccata stanza peggiore.
Quelli che lavoravano alla strada di Talamone, e molti qui a Grosseto, vengono dagli Abruzzi nell’inverno: probabilmente per esser questi luoghi prima del Regno di Napoli.

29 marzo.
Ho sbagliato tutti i numeri de’ giorni. Il 21 debbe dire 22, e giù giù oggi.

30 marzo.
La locanda del Nencioni di Grosseto sempre cattiva per i prezzi, nel resto tollerabile. Il letto però, e la biancheria bonissime.
Ieri sera stavo poco bene o per la stanchezza, o per aver mangiato troppa ricotta a Orbetello, o per l’aria di Grosseto. Avevo vertigini, nausea, e fremito senza febbre. Presi mezz’oncia di magnesia prima di desinare, e mangiai poco. Ebbi visita del capitano Banchi, e del vicario Neri, tutti e due meco gentilissimi: mi visitò pure il commissario Pezzelli.
Dormendo mi riebbi un poco e questa mattina benché debole ho preso alle 8 la via di Siena.
Dopo quattro miglia pianissime sono le terme rossellane [di Roselle]: un piccolo edifizio con vasca, dov’è la sorgente; con bagni a terreno, e con camerella di sopra. Piccolo edifizio ma non brutto né inelegante, benché la camerella forse incomoda. È tondo verso la via, e dalla parte opposta, dove sono i bagni e le camere è linea retta. Un cancello chiude il tondo, lascia veder la vasca, e ha lo scritto sullo stipite ‘terme rossellane’.
V’è una piccola osteria, con un edificio a chioscha; e l’oste è il custode de’ bagni. In estate si chiude ogni cosa e via. Maggio e qualche giorno di giugno si fanno i bagni. Acque minerali ne debbono essere in molti luoghi della Maremma: ne ho sentito il puzzo anche ne’ boschi verso Orbetello.
Faceva una nebbia foltissima, e pure mi sono mosso nelle valli e ne’ poggi che menano su a Rosselle.
Non si sapeva dove andare, non si vedeva nulla. Son tre miglia dall’osteria, e non si vede dalla via la montagna di Rosselle. A poco si vede ora dell’antica città. Una linea sola delle mura, e qualche volta o sotterranea o sopra terra. V’è del reticolato ma di sasso. V’è del ciclopico, ma direi più del modo come a Volterra, e che l’Inghirami dice pelasgico. Dal poggio dove son queste poche rovine si sale a più alto poggio, dov’è una vasca circolare e una bellissima vista: dicesi Moscona. Non v’è casa: è tutto bosco. E poco merita far questa gola, almeno che non si faccia qualche altra scoperta. Io non son salito a Moscona perché (vo(l)ata via la nebbia mentre io ero in vetta) v’era molta caligine. Sono risceso all’osteria, ho mangiato otto ova freschissime, presciutto squisito del Casentino (l’oste è di Strada maritato all’ostessa che ha già avuto tre altri mariti, morti i più per l’aria cattiva), vermut e caffè.
Nessuna gente, e buona accoglienza.
Un figlio del terzo marito (anch’ egli era vedovo), ragazzino, lasciato orfano a questa matrigna, mi ha accompagnato su a Rosselle, e mi lodava quelli che gli fanno da genitori. È bene però andare a Rosselle con uomo che sia più pratico delle rovine.
Trovandomi bene dopo questa gita, (benché volessi seguire la via di Siena che è più comoda a chi non sta benissimo) ho fatto rivoltare il calesse verso Grosseto, e girando fuori le mura sono rinvenuto a Castiglione in 4 ore e ½.
Nella pianura di Grosseto ho risofferto come ieri, e alla medesima ora, verso le 2. Tre ore più ho messo a girar Rosselle.
Appena entrato nel tombolo, ed avvicinatomi a Castiglione mi sono sentito meglio. Dunque mi faceva star peggio l’aria di Grosseto, non soffrendo nulla né a Orbetello, né qui. Grosseto è piccola città, ma ha una bella piazza con un porticato che gira assai da passeggiarvi, con duomo che di fuori è bello e debbe essere del secolo XIV almeno, avendo un poco del gotico massime nelle porte. Nel duomo v’è un battistero con figure scolpite, e con l’iscrizione del 1450 circa, fatto fare da un napoletano.
Questo basta a confutare chi vuol far Grosseto edificato da’ Medici.
I Medici avranno fatto qui come altrove, fatto le fortezze e le mura per incatenare i sudditi.
Grosseto ha infatti le mura, su cui si passeggia in giro: e giace un poco elevata in un’immensa pianura tutta coltivata a grano; non v’è un albero. Credo che ciò sia cagione del frigido che oggi si sentiva. Peccato che non piantino questi alberi, senza i quali Grosseto non ha nulla. È lontano dal mare dodici miglia. Non è neppure sul padule di Castiglione che può diventare buon lago.
Castiglione all’incontro m’è piaciuto anche di più. Sette miglia da Grosseto tutta pianura, e sette più di bosco di pini selvatici, alberi cattivi anche a bruciare, ma di bellissima forma e di bell’ombra. Bisogna fare questo bosco al passo, ma io non mi ci son punto annoiato, e vi sarei andato anche più adagio. In Castiglione poi v’è una vista delle più ampie e belle, di mare o di terra: isola dell’Elba, di Corsica, di Sardegna, del Giglio, Monte Argentaro con Santo Stefano, Orbetello eccetera, Talamone eccetera; e per terra tutta la pianura di Grosseto terminata da bellissimi monti, coronati dal Monte Amiata. Ho preso qui al solito il salottino, facendovi portare due materasse, e vi sto benissimo.
Domattina parto per l’orrido solito fino a Follonica seguitando a Piombino.

31 marzo, mercoledì mio anniversario.
Gran nebbia; alle 6 ½ partito di Castiglione. Alle 8 ½ svanita la nebbia in pian d’Alma. Alle 11 ½ in Follonica. Si rinfresca, e a I ora si va verso San Vincenzo.
L’osteria di Follonica è buona per rinfrescare, ed ha pure stanze niente peggiori di quelle di questi luoghi.
Orribile sbaglio. Il mio calessante per condurmi a Piombino m’ha menato a San Vincenzo, cioè a una torre 15 miglia più qua di Piombino. E che strada orribile! Tutto il giorno, fino a notte, pessima strada, sotto Sughereto e Campiglia per Torre Mozza e Cardana [Caldana, Venturina]. S’è passata la Cornia sotto Campiglia.
Poi a Cardana v’è un solo un mulino, la cui gora è mantenuta sempre da una polla d’acqua minerale calda, onde il nome del luogo. Per qui passerà la nuova strada che va da Grosseto a Cecina: e già si fa il ponte sulla Cornia ...”.
San Vincenzo è una torre sul mare a 16 miglia da Piombino, 15 dal ponte di Cecina, 25 da Rosignano. Ho una camera, la meglio accomodata di quante sono in (***), ma a tetto; e vi son due locande, una dogana, e due o tre altre case. Non è luogo che di torre: non vi si trova neppure da comprare tabacco da naso. Per andare a Piombino si doveva da Torre Mozza dopo Follonica, andare per il tombolo, e s’arrivava a Piombino prima di quel che s’è arrivato a San Vincenzo. Domani dovrò tornare 15 miglia indietro.

I aprile.
Locanda di San Vincenzo, La Corona, meglio dell’altra, e qui ho dormito.
Sono partito alle 6 per la via di Piombino, tutta fatta dalla Baciocchi [Elisa Bonaparte], e perciò buona; quasi piana nella prima metà; con più salite verso Piombino.
A sette miglia da San Vincenzo si trova una torraccia vecchia, si vuole alla vicina Torre Nuova e per rena di macchie si va a Baratti, altro forte sotto Popolonia.
Popolonia è sul poggio, e nulla ha d’antico se non qualche pezzo di mura fuori del castello moderno. Che castelluccio! Che deserto!
È tutto una fattoria del Desideri; e non v’è quasi una casa pulita. Bella posizione, bella baia. Popolonia è proprio sopra un promontorio elevato.
Per il medesimo tombolo si ritorna alla strada, e quindi a Piombino. Questa città è bellina assai. Una via piana, e l’altra scendono al porto o salgono alla fortezza. Porto non ve n’è. Piccolo molo. Fontane 5 con acqua buona, fatte da’ pisani repubblicani.
Bella campagna. Porto antico un miglio verso Torre Mozza. Isola palme. Via di (***) intorno. Isola de’ topi [sic], disabitata a sinistra. Elba di faccia, ma non si vedono villaggi, né città. Locanda Leon Rosso da Bernardino. V’ho fatto colazione, ritorno a dormire a San Vincenzo. La chiesa di Sant’Agostino è la parrocchia di Piombino, chiesa pulita più che bella. Ha un soffitto di tele, a volte, dipinto. Non ho visto nulla d’antico. È chiesa riaccomodata dalla Baciocchi.
Verso San Vincenzo terribile piano, poi lingua di terra montuosa. Entro questi monti la via. Valle o piano tra monti che s’allargano, e s’entra in Piombino [sic]. Da Piombino a San Vincenzo, 15 miglia, 2 ½ [ore].
Qui ho avuto un poco di male, ma camera buona, e mi sono rimesso.

2 aprile.
Piove e parto alle 6 per sotto Bolgheri, Castagneto, Ponte di Cecina, Vada, Castiglioncello, Romito eccetera.
La nebbia m’ha impedito di vedere. In 4 ore di cattiva strada sono arrivato al Ponte di Cecina, 15 miglia, senza trovare altre case che un’osteria sotto Bolgheri, un’altra sotto Castagneto, e case coloniche nel piano di Cecina. I paesi son tutti su nell’alto.
Il ponte di Cecina è tutto di legno. Il piano è vasto, e più seminato de’ piani precedenti.
Dal ponte si è voltato verso il mare, per stradacce, per il bello campestre piano di Vada e per il più bello di Rosignano.
Si son passati più fiumi a guado, prima e dopo Cecina, la Fine dipoi. Nè si è salito mai finora se non un poco verso Castiglioncello, dove a un’osteria vicina alla torre mangio, per ripartire verso Livorno.
In sei ore sono arrivato qui, poco dopo mezzogiorno. Miglia dieci dal Ponte di Cecina. Miglia 7 al Romito”.

[qui finisce il Viaggetto in Maremma. In pagina separata]:
“Il sig. cav. Antonio Banchi, capitano di cavalleria a Grosseto, m’ha dato 50 lire meno 2 crazie, per passarsi al signor Federigo Toti, capobanda del reggimento d’infanteria toscana stazionato in Livorno, per conto del signor Andrea Gozzini, ex officiale.
Appena arrivato in Livorno, ho portato le cinquanta lire al Toti”.

Trascritto da Paola Ircani Menichini,6 giugno 2024. Tutti i diritti riservati.




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